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La verità è insita nella storia, però la storia non è la verità.

Il filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila è stato definito il Nietzsche dell’America Latina. Acuto nelle interpretazioni, certamente tagliente nella formulazione del pensiero, è nato ed è cresciuto in una Colombia che viveva – e che tuttora vive – in una dimensione conflittuale che, oltre alle armi, contrappone le interpretazioni della storia. Il suo aforisma esprime in maniera brutale, con il suo abituale sarcasmo raffinato e destabilizzante, la natura relativa della concezione storica e della ricostruzione storiografica. La storia non è la verità, ma ne rappresenta una versione.

La discrezionalità nel processo di ricostruzione storica, la tendenziosità – limitabile ma inevitabile – dello storico nell’interpretazione degli eventi, la tentazione di cedere alla scorciatoia del cosiddetto cherry-picking (in breve, prendere solo le ciliegie che ci piacciono, lasciare le altre) rispetto alle fonti a disposizione sono solo alcuni dei rischi che rendono la scrittura della storia un atto fragile. Ciò detto, a costo di suonare retorico, la storia rimane effettivamente tanto una maestra di vita quanto una potenziale fonte di ispirazione per l’elaborazione delle strategie politiche (in senso alto) e socio-economiche (in senso lato) di un Paese. Il vero elemento di discrimine, tra forzatura storiografica e verosimiglianza storica, è la capacità del soggetto recettore di analizzarne, in maniera critica e il più possibile neutrale, i risvolti e le implicazioni.

L’ultimo numero dell’Index Censorship Magazine (Spring Issue 2018), dedicato al tema The Abuse of history. The power being used to manipulate the past, evidenzia la complessità di una fase storica, in cui la sovrabbondanza di dati a disposizione non è sufficiente a garantire una coerenza storiografica, né la perseguita (e perseguitata) trasparenza è in grado di prevenire il rischio di manipolazioni o dissimulazioni dell’informazione. Al contrario, in un’epoca in cui la prospettiva ci porta a guardare esclusivamente avanti, il passato risulta facilmente manipolabile, apparentemente senza conseguenze gravi. In passato, in un articolo per Atlantis – Rivista internazionale di geopolitica e competizione economica (n° 4/2015), avevo raccontato il caso indiano di un manifesto, firmato il 29 ottobre 2015, da 53 storici ed intellettuali, contro la manipolazione della storiografia nazionale, in risposta alla proposta di cambiamento della storia ufficiale nei libri di scuola promossa dal partito nazionalista Bharatiya Janata. Concludevo affermando che “probabilmente, la storia è l’unico futuro”, alludendo alla solidità culturale che per una Nazione può derivare dalla capacità di accettazione del proprio passato storico, a maggior ragione se attraverso un processo di condivisione pubblica della memoria.

Potremmo certamente affermare che l’orientamento dell’autorappresentazione storica fa parte degli elementi che contribuiscono a comporre la strategic culture di una Nazione, inizialmente definita da Jack L. Sneider, nel report Soviet Strategic Culture del 1977, come l’insieme degli ideali, delle reazioni emotive e degli atteggiamenti del comportamento abituale che i membri di una “comunità nazionale strategica” hanno acquisito. Contemporaneamente, però, l’eventuale incongruenza tra l’autorappresentazione di un Paese e la sua rappresentazione a livello internazionale rischia di determinare una dinamica di delegittimazione mediatica e di squalificare il valore-Paese percepito. In questo scenario è opportuno segnalare un problema semantico, e focalizzare l’attenzione sul significato delle parole e sulla distinzione tra historystory, che in italiano potremmo tradurre – banalizzando – come “storia” e “racconto”.

Se partiamo dal presupposto che la storia dovrebbe rappresentare una versione verosimile della realtà (o della forzatura correttiva che se ne vuole fornire), il racconto è, fisiologicamente, meno vincolato. Nell’epoca dello storytelling si rischia di incappare nella facile tendenza alla correzione narrativa, anche nelle azioni comunicative che sottostanno ad una strategia di nation branding. Giustamente Hanna Meretoja ha dedicato un libro al tema Ethics of Storytelling, pubblicato nel 2017 per la Oxford University Press, che propone dei limiti etici all’interno dei quali la “narrazione” dovrebbe muoversi, per prevenire, ad esempio, modelli come quello che Monroe Price aveva definito narrative of legitimacy. Secondo la lettura di Price, la capacità di creare contesti logici credibili o di risemantizzare la realtà raccontata, consente ad un’autorità di orientare la sensibilità e l’interpretazione sociale, legittimando scelte che in uno scenario interpretativo neutro non sarebbero accettate. Contestualmente occorre rilevare, in maniera molto realistica, quanto la creazione del valore del nation brand sia un processo strategico per ogni Paese, con conseguenze facilmente immaginabili in termini di artificializzazione della rappresentazione.

Su un braccio della bilancia abbiamo dunque la necessità etica di prevenire il rischio di manipolazione della storia, sull’altro una strisciante ragion di Stato che relativizza chiaramente la verità storica a vantaggio di un modello di cultura strategica e di una strategia (più o meno diretta) di nation branding. Emerge, in questo contesto geopolitico, composto da evidenti (benché in gran parte non rilevate) strategie della tensione su base culturale, un ruolo sempre più rilevante della diplomazia culturale, anche nella gestione dei difficili equilibri tra storia e storiografia, tra verità e rappresentazione, tra conoscenza e strategia. In questo si dovrà riconoscere il ruolo, sempre crescente, della diplomazia digitale, come opportunità di condivisione della conoscenza nel supporto a processi, quanto mai necessari, di elaborazione di metodologie per la comparative narrative e per la storiografia critica.

Prima di ogni altra cosa, però, si dovrà riconoscere la necessità, per ogni Paese, di identificare nella conoscenza il primo asset strategico di sviluppo, per consentire alla società di poter fare, del futuro, una storia che meriti di essere raccontata.

 

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