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“E’ una caratteristica della socialità umana il fatto che, da noi stessi, siamo soltanto una parte di ciò che potremmo essere. Dobbiamo guardare agli altri per raggiungere la forma di eccellenza che siamo costretti a lasciare da parte, o di cui manchiamo completamente. L’attività collettiva della società, le numerose associazioni e la vita pubblica delle comunità più ampie che le regola, sostengono i nostri sforzi e sollecitano il nostro contributo.”   (John Rawls, Una teoria della giustizia)

Il prossimo 25 maggio avrò il piacere e il privilegio di portare il mio contributo, in occasione del Festival dello Sviluppo Sostenibile di Parma, all’interno della conferenza “Strumenti per la rigenerazione urbana e sociale”, indicata nel programma come evento 15 (Ospedale Vecchio, via D’Azeglio 45, dalle 17.30 alle 19.30). Invitato a parlare del rapporto fragile tra politiche e partecipazione, ho deciso di proporre una riflessione sulla Convenzione di Faro, che può vantare il nome – non proprio semplice da memorizzare – di Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società (2005). Lo ammetto, data la rapidità con cui le cose sembrano succedere, negli ultimi decenni, tredici anni potrebbero corrispondere ad un’era geologica. Potrebbero. In realtà la Convenzione, sottoscritta nel 2013 dall’Italia, è ancora in attesa di ratifica, nonostante l’approvazione di un disegno di legge apposito, da parte del Consiglio dei Ministri, in data 16 giugno 2017. La Convenzione, che rivoluziona in modo sostanziale la concezione della funzione del patrimonio culturale nel suo contesto sociale, e che ne riconosce il valore complesso, certamente favorirebbe l’adozione di una nuova prospettiva, a livello politico e strategico, sul ruolo della cultura.  Tra le tante innovazioni apportate dalla Convenzione, si profila la cosiddetta “comunità patrimoniale” (heritage community), l’ecosistema sociale all’interno del quale il bene culturale acquisisce valore e funzione, e che su questo fonda – almeno in parte – il processo di definizione di un sistema simbolico di riferimento, di un modello estetico nello spazio condiviso, di un senso di appartenenza.

In un bel saggio del 2001, The Double Public Good, Karin A. Sable e Robert W. Kling hanno cercato, applicando un modello innovativo, di ricondurre a un sistema di formulazione matematica l’equilibrio ottimale tra strategie di gestione del patrimonio culturale, valorizzazione di mercato in senso stretto e tutela dei valori sociali esterni al mercato. Detta così, sembra si tratti di astrofisica, ma non è altro che un tentativo lungimirante di definire le politiche di conservazione dei beni culturali ragionando in termini di responsabilità e di sostenibilità (a tutto tondo). Esiste un valore economico “di mercato”, esiste un valore economico potenziale che deve essere attivato attraverso sistemi di valorizzazione e di capitalizzazione del valore non economico, esiste un valore sociale non quantificabile – e difficilmente profilabile – che determina l’impatto del patrimonio culturale nel paesaggio umano in cui si trova. La domanda che pongo – e che mi pongo – è se sia realmente  possibile esprimere la complessità dei livelli di attribuzione del valore con un approccio dall’alto (qualcuno direbbe top-down), o se sia invece necessario – e doveroso – restituire al patrimonio culturale il suo valore dal basso (bottom-up).

Non voglio anticipare troppo del mio intervento del 25 maggio, ma evidenzio una cosa. In un contesto in cui la cittadinanza sembra aver accettato la propria condizione di passività, pur pretendendo di conservare il diritto alla lamentela, la Convenzione di Faro lancia una sfida, che porta ad aprire gli occhi sul valore della condivisione della responsabilità nella conservazione e nella valorizzazione del bene comune. Una malsana abitudine alla contaminazione mi richiama alla memoria la Carta della Sussidiarietà, che afferma che in un’ottica di sussidiarietà “le cittadine ed i cittadini attivi danno vita ad una dimensione della democrazia fondata non sulla delega bensì sull’assunzione diretta di responsabilità nella sfera pubblica”. La cultura non può essere delegata. La gestione della cultura non può essere delegata. Occorre recuperare la forza, la pazienza, e la sfacciataggine necessarie a ridefinire il ruolo di ogni cittadino in una dimensione di condivisione delle fatiche per la costruzione di uno spazio di crescita e di vero benessere. Forse le comunità patrimoniali di cui parla la Convenzione di Faro sono proprio questo: comunità di cittadini che riconoscono di essere corresponsabili del mondo in cui vivono. Se non lo sono, certamente potrebbero imparare ad esserlo.

3 pensieri riguardo “Patrimonio culturale e responsabilità condivisa: la Convenzione di Faro come strada per la sussidiarietà

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