ManiMattinata a Roma, tra l’Ambasciata di Colombia in Italia e il Pontificio Consiglio per la Cultura, a muovere tasselli e mantenere vive le energie di visioni progettuali. Su entrambi i fronti, in entrambi gli incontri, il tema che ha condizionato le riflessioni, senza che ce ne rendessimo conto, è stato il rapporto con il passato. Nel primo caso, un rapporto problematico con una storia che ha influenzato in maniera innegabilmente negativa la percezione globale di un Paese e della sua cultura, fino a determinarne quasi lo smarrimento. Nel secondo caso, un rapporto talmente complesso, risultato di un percorso millenario di dialettica – laddove non addirittura di conflitto – tra volontà di aderire ad una Rivelazione e la tentazione di manipolarla o di rifunzionalizzarla. Come storico votato alle politiche culturali, non riesco a liberarmi da una prospettiva critica, che pervade ogni mia riflessione e ogni mia strategia operativa. Sento il bisogno di contestualizzare, di individuare gli ecosistemi che hanno caratterizzato o che caratterizzano un fenomeno, di immaginarne le conseguenze e di analizzarne quante più sfaccettature possano essere a mia disposizione. Questa mattina, la storia era una presenza invisibile, ma non per questo meno ingombrante. Il tema comune ai due incontri, in un certo senso, potrebbe essere identificato in una dimensione di semiotica della memoria, riconoscendo la mutevolezza del ricordo in base alla semiosfera storica (la sfera del significato) all’interno della quale lo si colloca.

In Colombia ho parlato in più occasioni, nelle università e con la politica, della necessità di attivare e consolidare un processo di conversione semiotica della memoria collettiva, per permettere alla comunità di seminare la resilienza sociale in un terreno dissodato, scevro da dinamiche stereotipizzanti, che influenzano innanzitutto l’autopercezione di chi ne è oggetto. Dall’altro lato, per molti anni ho coordinato un Istituto di Studi Religiosi, campus di una Facoltà Pontificia, nel quale ho promosso ricerche sui paesaggi sacri, tema tanto stimolante quanto complesso da definire. Anche in questo caso, ogni paesaggio sacro doveva essere considerato esattamente come la roccia scavata dalla goccia: ogni oggetto sacro, ogni scelta architettonica, ogni sedimentazione di devozione popolare sono il risultato di secoli di lavoro incessante della storia.

Com’è cambiato, però, il mondo? Come possiamo garantire la prosecuzione di una prospettiva religiosa legittima, o non snaturante? Spostando la domanda su un altro livello: siccome la capacità interpretativa delle persone è cambiata radicalmente, come possiamo essere certi di riuscire a creare sistemi semiotici sostitutivi ed egualmente efficaci?  In entrambi i casi, si tratta di trovare il coraggio necessario a rivolgere lo sguardo al futuro, e ad accettare la responsabilità intrinsecamente correlata alla nostra dotazione di strumenti culturali, economici e informativi. I due temi verranno ripresi ed approfonditi successivamente, con i dettagli dei progetti su cui sto lavorando, ma è importante mantenere come punto fermo il ruolo della storia nello scenario della diplomazia culturale.

Mio malgrado, sul treno del ritorno ho letto le ultime novità su un quotidiano nazionale. Politici savonaroliani, politici machiavellici, politici cortigiani, e – fortunatamente – anche alcuni politici umanisti. Ciò che stupisce, però, è il ricorso sempre più frequente a categorie ideologiche di un passato non troppo lontano, che sembra essere riemerso a supportare la ridefinizione di sistemi di pensiero che non hanno saputo trovare una forma, che non hanno saputo – appunto – creare un sistema semiotico (e in questo caso anche valoriale e “politico”, in senso etimologico) capace di imporsi e di costituire una stabilità sociale e culturale. “Indugiare nel passato, per una democrazia, è irrazionale quanto piangere sul latte versato”, suggerisce Avishai Margalit (The Ethics of Memory, Harvard University Press, 2004, tradotto in italiano e reperibile come L’etica della memoria, il Mulino, 2006), ma gli scenari della geopolitica internazionale sembrano fondarsi proprio su un ecosistema di irrazionalità, derivante a sua volta dall’incapacità non di voltare pagina, ma di scriverne un’altra. Sarebbe facile cedere alla tentazione della retorica rassicurante della funzione pedagogica della storia, ma non voglio correre il rischio di banalizzare il problema. A mio parere, è evidente ciò che sta succedendo: pur volendo voltare pagina (la parabola dei “rottamatori”, a vario titolo e con varie forme, ne è un esempio evidente), rischiamo di trovarci dinanzi ad una pagina che ancora non è stata scritta. Si attende, si spera, ci si guarda intorno, ma rimane una pagina bianca. Non deve stupire che, dopo qualche tempo, le uniche parole che troveremo scritte siano riscritture e copiature di ciò che già è stato letto in passato. Non è certamente legittimo – la democrazia è corresponsabilità – ma è fisiologicamente comprensibile.

Ciò che preoccupa ora è l’effetto che potrebbe sortire la ripresa, da più parti, di discorsi e atteggiamenti legati al passato, senza tuttavia la complessità di pensiero che li aveva generati, nel bene e nel male. Personalmente, rimango fermamente ancorato ad un’idea di cultura sociopoietica (capace, cioè, di creare la società), e credo che la circolazione della cultura – anche in una dimensione di dialettica conflittuale – possa rappresentare l’ingranaggio mancante in un meccanismo globale evidentemente inceppato. Ci tengo a sottolineare una cosa, però: non è la cultura, come spesso si dice, bensì la circolazione della cultura, a poter generare rinnovamento e vero sviluppo. A livello internazionale, ogni mia esperienza di progettualità condivisa con le ambasciate ha fondato la propria produttività nell’empatia culturale, nella capacità di riconoscersi reciprocamente i limiti (spesso esorcizzati con ironia) e i pregi dei sistemi culturali di provenienza. Il primo dato che ho rilevato, dunque, è di carattere squisitamente empirico: non sono le architetture logiche di una strategia di diplomazia culturale – per quanto necessarie – a determinarne l’efficacia, ma le relazioni personali. Potremmo quindi, in un certo senso, affermare che ogni persona può diventare induttore di processi di diplomazia internazionale.

Il problema si trasferisce ad un livello più complesso, e genera un dubbio, che preferisco lasciare senza risposte: è sufficiente basare una strategia di diplomazia culturale sulle attività svolte in terra straniera, o forse si dovrebbe cominciare a considerare come prima azione di politica estera – la più importante, per quanto indiretta – il supporto alla crescita di ogni singolo cittadino, perché possa essere un degno ambasciatore involontario della propria patria ed incarnare le caratteristiche culturali di un Paese?

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